domenica 7 marzo 2010
OSPEDALE ULTIMO ATTO
Ormai è fatta.
Stavolta la sorte dell'ospedale di Oppido Mamertina non solo è stata segnata, ma anche, con inusuale celerità, resa realtà.
La Giunta Regionale della Calabria ha, con deliberazione n.87 del 12 febbraio 2010 ( integralmente leggibile, da chi fosse interessato, all'indirizzo http://www.regione.calabria.it/sanita/allegati/delibera_87_del_12.2.2010.pdf) disattivato, "con decorrenza immediata, i ricoveri in regime di degenza ordinaria e day hospital relativi alle discipline per acuti" in una serie di Ospedali, tra i quali, unico nella Provincia di Reggio Calabria, quello di Oppido Mamertina.
Nel medesimo atto amministrativo, adottato al fine di attuare il piano di rientro da debiti e inefficienze della sanità regionale concordato tra il governo centrale e la Regione, è altresì previsto che negli ospedali da disattivare rimangano operativi i servizi non afferenti alle acuzie, "compresa la possibilità di mantenere/attivare le discipline di cui ai codici 56 e 60 (riabilitazione e lungodegenza)".
In forza di tanto, l'Azienda Sanitaria Provinciale di Reggio Calabria ha, appena qualche giorno addietro, disposto il blocco dei ricoveri presso il Reparto di Medicina Generale, unica struttura del nostro nosocomio ancora operante nella cura delle patologie acute, e l'attivazione in sostituzione dello stesso di una Lungodegenza post-acuzie di tipo internistico e, allo stato, non riabilitativo.
La Direzione Sanitaria del Presidio oppidese ha tempestivamente ottemperato a questa disposizione.
Si conclude così la plurisecolare storia dell'ospedale oppidese quale luogo di ricovero per soggetti che avvertono le manifestazioni più salienti di una malattia, e debbono essere trattati terapeuticamente in via sollecita, quando non urgente.
Dal 3 marzo scorso in poi, l'ospedale è (sarebbe meglio dire sarà) qualcos'altro; qualcosa di simile ad un cronicario e tuttavia in via di evoluzione e, dunque, sfuggente a precise definizioni.
E' surreale, peraltro, che questa trasformazione, in un paese ormai abituato quanto meno al pubblico confronto ad ogni stormir di fronda relativo alle istituzioni sanitarie locali, sia stata accompagnata, a parte i vocii di piazza, da un generale silenzio.
E' noto solo che la riconversione avrebbe ottenuto il placet dell'amministrazione in carica; e lo è altrettanto che la trasformazione in struttura per lungodegenti e pazienti da riabilitare era già ipotesi ventilata dagli amministratori che hanno ceduto il testimone agli attuali nel giugno 2009.
Forse questo spiega l'assenza di esternazioni politiche sullo storico accaduto degli ultimi giorni, ma non la disattenzione di una società civile molto più partecipe in altre occasioni.
Sarebbe opportuno, difatti, che i cittadini si interrogassero sulle ragioni dell'elezione del Presidio Ospedaliero di Oppido a struttura da riconvertire immediatamente, visto che la Regione poteva allo scopo scegliere, in Provincia di Reggio Calabria, tra ben 5 ospedali con un numero di posti letto inferiore a 60 (oltre quello di Oppido, i nosocomi di Palmi, Gioia Tauro, Taurianova e Siderno), tra i quali almeno due di essi (i Presidi di Palmi e Taurianova) presentavano, per quantità e qualità delle attività svolte, standard delle prestazioni assolutamente inferiori rispetto al nostro, senza contare che, l'isolamento del territorio mamertino, specialmente da un anno e mezzo a questa parte, avrebbe dovuto sconsigliare e scongiurare , almeno per il momento, il declassamento del locale ospedale, rispetto a Palmi e a Taurianova che si trovano a un tiro di schioppo rispettivamente da Gioia Tauro e da Polistena, centri nei quali, almeno sulla carta, la sanità pubblica continua a mantenere i suoi blasonati avamposti.
E a chi obietta poi che la riconversione è il "male minore" rispetto alla chiusura tout court, sarebbe il caso di chiedere se, pressappoco nell'ultimo ventennio, la nostra comunità ha protestato l'esigenza della conservazione dell'ospedale solo per una questione di campanile (e se è così, allora lungodegenza e riabilitazione possono anche, egoisticamente, starci bene), oppure in quanto è obiettivamente necessaria l'operatività di un presidio ospedaliero per malati acuti nel territorio preaspromontano (e se la verità è questa seconda, la nuova istituzione non può essere accettata a cuor leggero).
E, con riferimento a quest'ultimo aspetto e per chiudere il cerchio, a qualche nostro rappresentante sarebbe infine utile domandare come mai in passato propugnava proprio l'inderogabile esigenza di confermare l'organizzazione sanitaria di questo territorio secondo un modello ospedaliero dedicato al trattamento degli acuti, e quindi ben diverso da quello che si va delineando, ed oggi sembra aver cambiato idea, in nome di pragmatismo e realpolitik.
Ma forse non è neppure il caso di attardarci in interrogativi ipotetici : la pagina scritta in questi giorni sembra già, non si sa per quali incomprensibili voleri, appartenere non più al presente, ma ai nostri posteri, chiamati all'analisi storica.
Saranno loro a giudicare noi, ed i nostri dubbi irrisolti.
mercoledì 27 gennaio 2010
QUANDO LA MEMORIA CALABRESE E' DEBOLE...

In Calabria non abbiamo avuto - è vero - se si esclude il campo di raccolta di Ferramonti - luoghi e situazioni eclatanti legati alla Shoah, ma abbiamo avuto ed abbiamo centinaia di miglia di ebrei calabresi costretti a nasconderrsi o ad abiurare alla lorto fede per non finire su un treno per un campo di sterminio.
Abbiamo , in compenso, ogni 27 gennaio, in Calabria e a Oppido, tante stanche manifestazioni che sanno di routine, improbabilissime azioni svolte nelle scuole o altrove, eventi che servono agli allori degli adulti più che all'educazione dei piccoli e alla formazione delle coscienze.
Ai mille e mille martiri senza nome e senza volto , costretti ad abbandonare le Calabrie per sfuggire al massacro, a nascondersi, a dimenticare la fede e le tradizioni dei padri, oggi, nel silenzio e nel freddo glaciale di questa giornata vogliamo dedicare i versi scritti da un'anonima testimone di Auschwitz:
Abbiamo , in compenso, ogni 27 gennaio, in Calabria e a Oppido, tante stanche manifestazioni che sanno di routine, improbabilissime azioni svolte nelle scuole o altrove, eventi che servono agli allori degli adulti più che all'educazione dei piccoli e alla formazione delle coscienze.
Ai mille e mille martiri senza nome e senza volto , costretti ad abbandonare le Calabrie per sfuggire al massacro, a nascondersi, a dimenticare la fede e le tradizioni dei padri, oggi, nel silenzio e nel freddo glaciale di questa giornata vogliamo dedicare i versi scritti da un'anonima testimone di Auschwitz:
Non cresce più l’erba ad Aushwitz,
non una spiga di grano
rigogliosa nel suo essere.
Batte la pioggia
eterna, fredda, inesorabile
sulla ruggine dei pali
sui grovigli di ferro dei recinti
lungo la pianura nordica.
Gela la Vistola
e gela il nostro animo
al cospetto della morte,
la terra sterile
non accoglie più i semi fecondi
che le porgono a piene mani.
Ecco il macabro spettacolo
dinanzi ai nostri occhi inorriditi.
Come può un uomo
essere spogliato, deriso, marchiato;
come una donna
essere umiliata, sfruttata, ingannata.
Non hanno più la forza di ricordare
i reduci di Aushwitz:
una ferita profonda
solca i loro cuori,
acqua e sangue scorrono nel vuoto.
Non cresce più un fiore in questa terra
maledetta,
nessuna colomba di pace
sbatte le sue candide ali
né si posa sugli aridi rami.
Vinta dall’esito di tanto orrore
mi prostro in ginocchio
piangendo per i nostri fratelli Abele
crocifissi e dissolti nel vento
…mille poi mille ancora,
sei milioni di Ebrei massacrati…
Aleggia lo spettro di un incubo perenne
nel silenzio dei loro occhi,
gridano al loro Dio:
"quando tutto ciò avrà fine?".
Mi unisco alla loro preghiera,
una lacrima fende il mio viso
come una lama tagliente,
la nostra carne grida ancora vendetta,
inspiro l’aria satura di piombo.
Il mio animo sussulta
e un fremito d’orrore mi coglie:
nei Balcani, in Cambogia, in Ruanda
si continua a crocifiggere.
Perdono per quanti hanno ucciso anche la Speranza:
non sapevano quel che facevano.
sabato 9 gennaio 2010
SIAMO TUTTI EXTRACOMUNITARI !!!
Era di nuovo nell’aria da parecchi mesi la rivolta degli immigrati, ed è accaduta anche qui, in questo estremo lembo di Calabria e d’Italia, dove il diritto e la legalità sono ormai diventati solo due stucchevoli e pregiate paroline ottime da stampare sugli inviti ad altrettanto stucchevoli convegni nei quali si sprecano ormai tempo e soldi un po’ dovunque per far finta di caricarsi di un problema e invece infischiarsene.E non ha importanza che sia accaduto a Rosarno piuttosto che a Oppido o altrove:il risultato non cambia.: la violenta ( e comunque esecrabile ) reazione degli extracomunitari al degrado in cui sono abbandonati a se stessi ci interpella tutti.
Lavorare per 9 – 10 ore al giorno a spaccarsi la schiena per raccogliere agrumi o olive per 30 euro, se hai la fortuna di essere “ assunto” dal piccolo proprietario senza intermediari, ma soltanto per 20- 25 € ( di cui 5 all’intermediario mafiosetto) se questa fortuna non ce l’hai, significa accumulare rancore, forse odio, comunque voglia di protestare. E più la protesta diventa degenere più, forse, si corre il rischio di inebriarsi per una improbabilissima azione di riscatto.
Fin qui i fatti di Rosarno nella loro nuda e scarna semplicità. Non servono grandi sociologie a spiegarli.
Lavorare per 9 – 10 ore al giorno a spaccarsi la schiena per raccogliere agrumi o olive per 30 euro, se hai la fortuna di essere “ assunto” dal piccolo proprietario senza intermediari, ma soltanto per 20- 25 € ( di cui 5 all’intermediario mafiosetto) se questa fortuna non ce l’hai, significa accumulare rancore, forse odio, comunque voglia di protestare. E più la protesta diventa degenere più, forse, si corre il rischio di inebriarsi per una improbabilissima azione di riscatto.
Fin qui i fatti di Rosarno nella loro nuda e scarna semplicità. Non servono grandi sociologie a spiegarli.
I disperati di Rosarno in fondo sono tuttavia meno "extracomunitari" di noi, perché loro non sono direttamente tenuti a rispettare leggi e direttive europee. Noi si! Ma noi le disattendiamo tutte
, ponendoci di fatto al di fuori dell’Europa in tutto e per tutto, se eccettuiamo i finanziamenti europei!
Noi consumiamo in progetti virtuali e in effimere azioni ,che non producono nulla ,e tantomeno lavoro, i miliardi di euro fatti piovere dai fondi sociali e di sviluppo regionale e non riusciamo a dare un assetto serio alle nostre campagne, alle piccole aziende, anche familiari, che non danno lavoro agli immigrati: li sfruttano e basta!
Non riusciamo, o non vogliamo, rispettare il lavoro come bene sommo per tutti, perché al primo posto nella scala di valori c’è il piccolo o il grande profitto derivante dal maneggio politico e dal continuo raggiro delle spesso “ comode” leggi regionali o nazionali.
E non ci si venga a dire nemmeno che l’unica agenzia di integrazione è la Chiesa: i pacchi viveri e le coperte delle opere cosiddette di carità o del volontariato hanno solo il pregio di tacitare le coscienze, di buttare poca cenere su un grande fuoco, non certo quello di aiutare sul serio questa gente. Anche a evitare di diventare qualche volta violenta!
Peraltro, quella dell’integrazione degli immigrati, come diceva Ida Magli, è solo una favola per i gonzi: pretendere di integrare delle persone senza radici significa forse seminare il primo germe della protesta violenta…
, ponendoci di fatto al di fuori dell’Europa in tutto e per tutto, se eccettuiamo i finanziamenti europei!Noi consumiamo in progetti virtuali e in effimere azioni ,che non producono nulla ,e tantomeno lavoro, i miliardi di euro fatti piovere dai fondi sociali e di sviluppo regionale e non riusciamo a dare un assetto serio alle nostre campagne, alle piccole aziende, anche familiari, che non danno lavoro agli immigrati: li sfruttano e basta!
Non riusciamo, o non vogliamo, rispettare il lavoro come bene sommo per tutti, perché al primo posto nella scala di valori c’è il piccolo o il grande profitto derivante dal maneggio politico e dal continuo raggiro delle spesso “ comode” leggi regionali o nazionali.
E non ci si venga a dire nemmeno che l’unica agenzia di integrazione è la Chiesa: i pacchi viveri e le coperte delle opere cosiddette di carità o del volontariato hanno solo il pregio di tacitare le coscienze, di buttare poca cenere su un grande fuoco, non certo quello di aiutare sul serio questa gente. Anche a evitare di diventare qualche volta violenta!
Peraltro, quella dell’integrazione degli immigrati, come diceva Ida Magli, è solo una favola per i gonzi: pretendere di integrare delle persone senza radici significa forse seminare il primo germe della protesta violenta…
venerdì 1 gennaio 2010
2009 ANNUS HORRIBILIS; 2010 ANNUS MIRABILIS?
Allo scoccare della mezzanotte di oggi si è chiuso il 2009, anno che, nella memoria della comunità oppidese, non sarà sicuramente incluso tra quelli più felici.Già si era aperto sotto i peggiori auspici, dovendo raccogliere l’eredità di un 2008 che, con un suo durissimo colpo di coda alluvionale, ha lasciato in dono alla nostra città una nuova (dopo quella del 2004), e stavolta irrimediabile a poco prezzo, interruzione della vecchia S.S. 112 bis in quel della Ferrandina.
Nel suo mese iniziale, poi, si è già registrato il dies nigro lapillo signanda, il giorno da contrassegnare maggiormente in nero sul calendario tra tutti i 365 dell’intero periodo : il 13 gennaio 2009 una seconda alluvione si è abbattuta sul comprensorio oppidese, provocando il cedimento di alcuni piloni di sostegno del ponte sul fiume Marro, la conseguente chiusura al traffico della strada Ferrandina- Quadrivio Amato, ed il quasi totale isolamento viario della nostra cittadina.
Si aggiunga che i nubifragi in questione hanno provocato danni enormi anche alla viabilità urbana ed interpoderale, nonché ai campi e, così, hanno inflitto un letale vulnus all’attività agricola, principale volano economico del nostro territorio.
Oltre ai guasti, nel corso dell’anno si è verificata pure la beffa della loro ritardata riparazione, tant’è che solo dieci mesi dopo la sua rovina, si è riusciti a sostituire il ponte sul fiume Marro con una passerella quasi prêt-à-porter, mentre, per quanto attiene alla strada della Ferrandina, l’anno si è chiuso come era cominciato, con viaggiatori da e per Oppido costretti ancora a transitare via Varapodio.
Rabbuia questo quadro a tinte fosche (peraltro, ahinoi, sinora dipinto con un solo colore), la nera vicenda dell’ospedale che, dopo anni di orgogliosa sopravvivenza ad una morte annunciata è stato ridimensionato sino a conservare una esistenza poco più che simbolica.
Taciamo dei tanti progetti, in massima parte comunali, di recupero di strutture ed di attivazione di iniziative utili a creare occupazione, a rinvigorire l’economia, a sollevare l'appeal di una cittadina bisognosa di rilancio e che, dopo decenni di elaborazione, nel 2009 hanno ancora stentato, per pastoie burocratiche, difficoltà oggettive ed insipienza degli uomini, a divenire realtà.
Non passiamo sotto silenzio, invece, l’acuirsi delle divisioni consolidate nella comunità oppidese, distinta in fazioni (ovviamente e principalmente politiche) che purtroppo spesso appaiono, per spirito di rivalsa partigiana, più pronte ad atterrare l’avversario che a cooperare con lui onde rialzare in piedi il proprio paese.
E ci viene in mente, mentre scriviamo queste righe, il celeberrimo verso di Paul Verlaine (“Je suis l'Empire à la fin de la décadence”), metafora sublime del declino, e che ben si attaglia alla nostra Oppido, nobile decadente che, similmente al prosieguo di quella composizione, vede passare i barbari che la depredano dedicandosi, per distrazione o impotenza, ad indolenti occupazioni ben diverse da quelle necessarie per sottrarsi al baratro.
Ma davvero non c’è nulla da salvare, per gli oppidesi, nell'anno ormai cessato? Forse sì. Magari il passaggio alle urne per il rinnovo del consiglio comunale ed il conseguente avvicendamento alla guida del municipio, che sono sempre occasioni per riformulare programmi e ravvivare speranze, anche se, a distanza di sei mesi, le aspettative nutrite nella nuova Amministrazione sono ancora in attesa di conferma. Magari, senza presunzione e nel nostro piccolo, la nascita di questo blog (e degli altri che lo hanno preceduto o seguito), come spazio virtuale di approfondimento e discussione utile a stimolare la crescita individuale e collettiva e, soprattutto, a supplire alla mancanza di un luogo reale allo stesso compito deputato.
Non disperiamo, comunque, e cercando di sopravanzare, con l’ottimismo della volontà, il pessimismo della ragione, ripartiamo da oggi, rincuorandoci col vecchio adagio secondo cui “più buio che a mezzanotte non viene”.
Chissà il 2010, sempre tenendo presente che l’uomo è esclusivo artefice del suo destino, potrebbe riservarci qualche gradita sorpresa : prima tra tutte, auspichiamo il completamento di quella gran fatica d’Ercole che si sta rivelando l’opera di realizzazione della variante stradale in contrada Ferrandina.
E, nutrendo questa piccola speranza, a tutti i frequentatori di questo blog, oppidesi e non , auguriamo che il 2010 possa veramente essere un anno super!
domenica 20 dicembre 2009
La “Cantata" di Natale di Giovanni Conìa , eco pregiata di preziosa tradizione

Nel momento in cui anche a Oppido le spallate, palesi o striscianti, alla tradizione sembrano volere spazzare ogni bella consuetudine, anche religiosa, come se una nuova furia iconoclasta si fosse ormai impadronita anche dalle nostre parti delle persone più impensate, vogliamo affidarci alle parole del grande Giovanni Conìa, illustre oppidese di adozione, per ritrovare l’essenza vera del Santo Natale, nella dimensione di quella rinascita nella Pace predicata appunto da questa grande festa.
Verso questo magnifico poeta e sacerdote, nato nei dintorni di Galatro nel 1752, entrato nel capitolo della cattedrale di Oppido in età ormai matura, morto nel 1839, Oppido, come ha fatto purtroppo per tanti suoi figli illustri e scomparsi, non è mai stato prodigo di ricordi.
Rileggere e meditare oggi almeno questi pochi versi del grande teologo, oratore, umanista e venerabile abate significa anche per tutti noi ritrovare , almeno in parte, la dimensione vera della tradizione natalizia nostrana che, testarda, sopravvive malgrado tutto.
CANTATA PER IL NATALE
Chi notti è chista?
Chi su sti vuci?
Comu sta luci
Cumpariu mo?
Su di allegrizza
Sti canti e soni:
Nc'è cosi boni,
Fortuna nc'è.
Li petri juntanu
L'omani abballanu
L'angeli cantanu
La lla ra rà.
Mancu li griji
Stannu a lu pratu;
Nu nivolatu
pe ll'aria va.
Chi nc'è di novu?
Tuttu lu beni
Supra ndi veni:
Ecculu ccà.
Lu mundu è sarvu:
Lu Sarvaturi,
Lu Redenturi
Cumparsi già.
Eu sugnu mbriacu
Pe tantu preju:
Cchiù non mi reju
Ma chi nc'è ccà?
Cotrari e serpi,
Surici e gatta
La fannu patta;
Mali non nc'è.
Ficiaru paci
Lupi ed agneji,
Farcuni e oceji;
La guerra und'è?
Mo lu leuni
Non irgi crigna,
Mansa e benigna
La tigri sta.
Chi su sti cosi?
Vinni la paci:
A tutti piaci
La carità.
Lu Ddeu di amuri
Figghiu divinu
Nasciu Bambinu
Ecculu ja.
Chi notti è chista?
Chi su sti vuci?
Comu sta luci
Cumpariu mo?
Su di allegrizza
Sti canti e soni:
Nc'è cosi boni,
Fortuna nc'è.
Li petri juntanu
L'omani abballanu
L'angeli cantanu
La lla ra rà.
Mancu li griji
Stannu a lu pratu;
Nu nivolatu
pe ll'aria va.
Chi nc'è di novu?
Tuttu lu beni
Supra ndi veni:
Ecculu ccà.
Lu mundu è sarvu:
Lu Sarvaturi,
Lu Redenturi
Cumparsi già.
Eu sugnu mbriacu
Pe tantu preju:
Cchiù non mi reju
Ma chi nc'è ccà?
Cotrari e serpi,
Surici e gatta
La fannu patta;
Mali non nc'è.
Ficiaru paci
Lupi ed agneji,
Farcuni e oceji;
La guerra und'è?
Mo lu leuni
Non irgi crigna,
Mansa e benigna
La tigri sta.
Chi su sti cosi?
Vinni la paci:
A tutti piaci
La carità.
Lu Ddeu di amuri
Figghiu divinu
Nasciu Bambinu
Ecculu ja.
Giovanni Conìa
giovedì 26 novembre 2009
SANITÀ: l’ennesimo piano di tagli in Calabria e la sorte dell’ospedale di Oppido.

Un’odissea infinita, una fine – quella del nostro ospedale - annunciata quasi con sadismo da anni, da ogni parte e con mille ambiguità e contraddizioni.
Stavolta "per fortuna" a farlo è Il Sole 24 ore, autorevolissimo quotidiano nazionale che in un articolo sobrio e asciutto di qualche giorno fa, riesce a fotografare la situazione sanitaria calabrese con la chiarezza che lo distingue e dalla quale avrebbero molto da imparare tutti i quotidiani locali, nessuno escluso, che continuano a pubblicare in materia di sanità ( e non solo) tutto e il contrario di tutto.
Ecco l’articolo del Sole 24 ore:
“La ricetta è indigesta, ma si spera salvifica: tagliare, razionalizzare, chiudere. Tre verbi da declinare al tempo presente, per iniziare una potente inversione di marcia rispetto al disgraziato trend che ha portato la Regione Calabria ad accumulare debiti per complessivi 2 miliardi 166 milioni di euro, certificati dall'advisor governativo Kpmg. In una convulsa seduta notturna, la Giunta regionale presieduta da Agazio Loiero ha varato un nuovo Piano per il rientro dal maxideficit in Sanità, dopo la clamorosa bocciatura della programmazione precedente ad opera del ministro del Welfare Maurizio Sacconi, con tanto di commissariamento incombente. Misura-chiave: entro pochi mesi chiuderanno i battenti ben 11 ospedali.
Il Governatore, il suo vice Domenico Cersosimo e il dg del dipartimento Tutela della salute Andrea Guerzoni, accanto a un'austera razionalizzazione (tagli da 260 milioni di euro che porterebbero a un bilancio di settore in attivo entro il 2011), esaltano l'ingresso di seri standard qualitativi per le prestazioni erogate. Quanto al debito, quasi il 100% se l'accollerà il Governo accendendo un mutuo che la Regione rimborserà gradualmente, mentre l'Ente assumerà direttamente l'onere degli oltre 300 milioni di euro del solo deficit sanitario prodotto dal 2006 in avanti. Resta la misura più drastica: 11 ospedali chiuderanno i battenti in un breve volgere di tempo, 5 entro fine anno (Palmi, Oppido Mamertina, Chiaravalle, San Marco Argentano e Mormanno) e gli altri 6 in un secondo tempo, da "centri per acuti" trasformandosi in Case della salute (faranno prevenzione nei territori delle 5 Asp). Sarà imposto uno "stop" alla spesa farmaceutica più alta del Paese, con un recupero stimato in circa 90 milioni euro annui, anche grazie all'implementazione della distribuzione diretta. Si drenerà la spesa sul fronte dei beni e dei servizi e soprattutto saranno "congelate" le assunzioni: lo stesso turnover per medici e infermieri sarà limitato allo stretto indispensabile per assicurare prestazioni sanitarie di qualità, nella terra che paga ogni anno un tributo da 350 milioni ai famigerati "viaggi della speranza".
E’ la conferma di una “ soluzione finale” che si conosceva già? Più o meno. E più o meno condivisa. Il dibattito oppidese sulla “Casa della Salute” sembrava approdato infatti a una sorta di rassegnata accettazione di una soluzione/male minore, dalla quale trarre nel prosieguo qualche altra concessione per Il posto di primo intervento “24h/24” o – meglio ancora – per un essenziale Pronto Soccorso corredato da minima struttura di trattamento immediato degli acuti.
Ce lo auguriamo e ci auguriamo che l’amministrazione municipale oppidese sia presente attivamente , poderosamente e a voce alta in queste richieste. Se brillerà per i suoi silenzi, non speri nella fiducia dei cittadini.
Ciò che comunque non accetteremo mai, e che la storia della Calabria condanna e condennerà sempre come il più turpe dei delitti politici e sociali consumati ai danni di un popolo avvilito, è il nuovo , famigerato “ piano regionale di rientro” sulla spesa sanitaria che, ancora una volta, taglia pesantemente sui servizi, ma non sui mostruosi sprechi di cui è costellato ancora oggi il pianeta sanità in Calabria, soprattutto nell’area dell’ex ASL 10 di Palmi, su cui qualche mese fa abbiamo avuto modo di riflettere anche su questo blog.
Stavolta "per fortuna" a farlo è Il Sole 24 ore, autorevolissimo quotidiano nazionale che in un articolo sobrio e asciutto di qualche giorno fa, riesce a fotografare la situazione sanitaria calabrese con la chiarezza che lo distingue e dalla quale avrebbero molto da imparare tutti i quotidiani locali, nessuno escluso, che continuano a pubblicare in materia di sanità ( e non solo) tutto e il contrario di tutto.
Ecco l’articolo del Sole 24 ore:
“La ricetta è indigesta, ma si spera salvifica: tagliare, razionalizzare, chiudere. Tre verbi da declinare al tempo presente, per iniziare una potente inversione di marcia rispetto al disgraziato trend che ha portato la Regione Calabria ad accumulare debiti per complessivi 2 miliardi 166 milioni di euro, certificati dall'advisor governativo Kpmg. In una convulsa seduta notturna, la Giunta regionale presieduta da Agazio Loiero ha varato un nuovo Piano per il rientro dal maxideficit in Sanità, dopo la clamorosa bocciatura della programmazione precedente ad opera del ministro del Welfare Maurizio Sacconi, con tanto di commissariamento incombente. Misura-chiave: entro pochi mesi chiuderanno i battenti ben 11 ospedali.
Il Governatore, il suo vice Domenico Cersosimo e il dg del dipartimento Tutela della salute Andrea Guerzoni, accanto a un'austera razionalizzazione (tagli da 260 milioni di euro che porterebbero a un bilancio di settore in attivo entro il 2011), esaltano l'ingresso di seri standard qualitativi per le prestazioni erogate. Quanto al debito, quasi il 100% se l'accollerà il Governo accendendo un mutuo che la Regione rimborserà gradualmente, mentre l'Ente assumerà direttamente l'onere degli oltre 300 milioni di euro del solo deficit sanitario prodotto dal 2006 in avanti. Resta la misura più drastica: 11 ospedali chiuderanno i battenti in un breve volgere di tempo, 5 entro fine anno (Palmi, Oppido Mamertina, Chiaravalle, San Marco Argentano e Mormanno) e gli altri 6 in un secondo tempo, da "centri per acuti" trasformandosi in Case della salute (faranno prevenzione nei territori delle 5 Asp). Sarà imposto uno "stop" alla spesa farmaceutica più alta del Paese, con un recupero stimato in circa 90 milioni euro annui, anche grazie all'implementazione della distribuzione diretta. Si drenerà la spesa sul fronte dei beni e dei servizi e soprattutto saranno "congelate" le assunzioni: lo stesso turnover per medici e infermieri sarà limitato allo stretto indispensabile per assicurare prestazioni sanitarie di qualità, nella terra che paga ogni anno un tributo da 350 milioni ai famigerati "viaggi della speranza".
E’ la conferma di una “ soluzione finale” che si conosceva già? Più o meno. E più o meno condivisa. Il dibattito oppidese sulla “Casa della Salute” sembrava approdato infatti a una sorta di rassegnata accettazione di una soluzione/male minore, dalla quale trarre nel prosieguo qualche altra concessione per Il posto di primo intervento “24h/24” o – meglio ancora – per un essenziale Pronto Soccorso corredato da minima struttura di trattamento immediato degli acuti.
Ce lo auguriamo e ci auguriamo che l’amministrazione municipale oppidese sia presente attivamente , poderosamente e a voce alta in queste richieste. Se brillerà per i suoi silenzi, non speri nella fiducia dei cittadini.
Ciò che comunque non accetteremo mai, e che la storia della Calabria condanna e condennerà sempre come il più turpe dei delitti politici e sociali consumati ai danni di un popolo avvilito, è il nuovo , famigerato “ piano regionale di rientro” sulla spesa sanitaria che, ancora una volta, taglia pesantemente sui servizi, ma non sui mostruosi sprechi di cui è costellato ancora oggi il pianeta sanità in Calabria, soprattutto nell’area dell’ex ASL 10 di Palmi, su cui qualche mese fa abbiamo avuto modo di riflettere anche su questo blog.
domenica 15 novembre 2009
ASPETTANDO IL MUSEO CIVICO, GODOT OPPIDESE
Ebbene, la vicenda dei lavori in corso a Palazzo Piacentini, sede del museo del nostro capoluogo, è questione che avrebbe potuto divenire di interesse degli oppidesi in misura molto maggiore di quanto apparentemente deriva dalla semplice comunanza territoriale di Oppido con Reggio Calabria.
Nell’istituto museale della città dello Stretto sono conservati, difatti, la quasi totalità dei reperti archeologici rinvenuti durante le numerose campagne di scavo effettuate nel nostro territorio – vero serbatoio di antichità – a partire dal secolo scorso e sino ad oggi, ovvero ritrovati in maniera assolutamente causale nel corso del tempo.
I pezzi più pregiati sono (più correttamente, erano, visto che il Museo è già chiuso, e lo resterà sino al 2011) esposti al pubblico, come – e per citare solo i più noti – la c.d. coppa Cananzi (dal nome del cittadino che in maniera occasionale la ritrovò) o Tresilico (nel cui territorio fu ritrovata; ed anche se uno studioso da poco defunto rivendicava che il terreno ove essa aveva giaciuto per secoli era sito in agro di Varapodio, e ne proponeva così un cambio di denominazione), tazza vitrea risalente al terzo secolo a.c.; o la lamina in bronzo con dedica ad Eracle reggino, anch’essa scoperta fortuitamente, ma nell’area di Castellace, ed ancora anteriore, giacchè risalente al quinto secolo. I depositi del museo custodiscono poi una ulteriore messe di reperti metallici, silicei, ceramici, numismatici e di ogni altro genere; di natura edilizia, facenti parte del corredo personale o domestico di uso quotidiano ovvero anche funerario; e costituenti testimonianza degli svariati millenni di storia degli insediamenti umani nel nostro territorio, registrati, in ordine cronologico, a partire dal sito protostorico di Castellace, per poi passare alla fortezza di Contrada Palazzo (IV secolo a.c.), alla città italica di Mella (III – I secolo a.c.) e, prima di giungere ai giorni nostri, al borgo medievale di Oppido Vecchia (XI – XVIII secolo d.c.).
Ormai da decenni, e precisamente dalla fine degli anni ’80, da quando cioè l’idea di impiantare un museo civico ad Oppido trovò una prima elaborazione, tanti di questi oggetti attendono di essere esposti direttamente nella nostra cittadina e, per il loro apprendimento e trasferimento nella nostra città (e tuttavia tenendo presente che, ovviamente, la Soprintendenza Archeologica della Calabria non concederà in comodato al Comune quanto già visibile a Reggio) la chiusura di Palazzo Piacentini costituirebbe un’occasione assolutamente favorevole.
Osta ad una simile soluzione, ancora una volta, l’indisponibilità della struttura recuperata ad Oppido e destinata ad ospitare il museo civico, Palazzo Grillo, che, dopo l’acquisto fattone dal Comune, sta subendo il terzo intervento di ristrutturazione e, ad oggi e a distanza di quasi dieci anni dal primo corposo restauro, finanziato con i fondi dell’Intervento Straordinario nel Mezzogiorno e perdurato per tutti gli anni ’90, è stato ed è utilizzato, a parte fugaci manifestazioni culturali o pseudotali, in maniera estremamente parziale come biblioteca e come sede del Comando di Polizia Municipale (?).
Perché, poi, lo storico edificio non sia ancora pronto ad essere adibito alla finalità per raggiungere la quale tanti soldi pubblici sono stati spesi lo ignoriamo, visto che è già munito, all’interno, delle vetrine espositive dei reperti e, addirittura e pur se non questo non è ancora attivo, dell’impianto di allarme necessario alla protezione delle esposizioni.Fatto sta che esso, logorato per l’ordinaria decadenza che il tempo riserva ad ogni cosa e di più per il degrado del non uso, ancora deve nascere ed è già vecchio o, meglio, è invecchiato senza aver vissuto, ed esige cospicue manutenzioni per mantenersi pronto ad un appuntamento, quale la sua messa in funzione, che però stenta ad arrivare.
La mancata attivazione del “centro culturale polifunzionale di supporto alle aree archeologiche di Oppido Vecchia e Mella” (come la struttura da allocare nell’edificio era originariamente chiamata) sarà forse imputabile alla leggendaria maledizione di Palazzo Grillo, che Don Luca Asprea scriveva impartita dal vicino vescovo, e che magari ancora dispiega i suoi effetti? O, in maniera meno soprannaturale, dipenderà dall’incompletezza e carenza di funzionalità dell’opera di recupero e dalla scarsa concretezza della nostra classe dirigente locale?
Non lo sappiamo, ma certo è che il Museo civico, istituzione inclusa nei programmi di tutte le forze politiche cittadine in competizione alle elezioni comunali nell’ultimo ventennio, evidentemente in quanto da tutte ritenuta basilare per lo sviluppo turistico-culturale del territorio è, allo stato, la più grande incompiuta della nostra cittadina, sogno vagheggiato ed irrealizzato, nella vana attesa del quale – come del Godot della famosa piece teatrale di Beckett – la comunità oppidese ha consumato tempo e risorse.
Speriamo solo che il futuro (possibilmente prossimo) smentisca questa nostra conclusione.
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