Anche all’intera èquipe di ricerca (composta da 5 persone) è stato offerto insistentemente lo stesso pranzo con uguale motivazione.
A Piminoro non è stata riscontrata la credenza, diffusa nella stessa zona aspromontana, del ritorno dei morti nella notte tra l’1 e il 2 o per tutto il mese di novembre nelle loro case per consumare il cibo e il vino loro approntato. L’usanza del pranzo rituale era negli anni precedenti molto diffusa nel paese. La signora Barillaro ha acquisito tale consuetudine nell’ambito della sua stessa famiglia, attualmente emigrata in Australia; sua madre, infatti, la praticava puntualmente.
In questo caso, l’altro senza ulteriori specificazioni rappresenta il morto, è il morto nella sua qualità di destinatario di un’azione affettuosa e propiziatrice.
L’altro, in quanto tale, è costitutivamente superstite e attraverso di lui passa la possibilità del recupero di un rapporto con il morto. L’affetto può così articolarsi in linguaggio e ritrovare interlocutori e costituire uno spazio di prosecuzione simbolica.
L’invito all’équipe si iscrive particolarmente nella figura culturale del “forestiero”, che, in quanto non conosciuto per definizione, consente un’equiparazione con il morto; l’assenza di stabili ruoli riconosciuti nel paese consentono di assegnare al forestiero la funzione di rappresentare vicariamente il morto.
A Strongoli, in provincia di Catanzaro, il 2 novembre 1978, a un “forestiero” che si trovava in una bottega per acquistare del pane, questo gli è stato offerto da un avventore locale, causalmente presente in bottega, in suffragio dei propri defunti.
Il forestiero, che richiama il quadro culturale del pellegrino e dell’ospite, veniva così assunto come persona che ha bisogno e quindi sotto questo specifico riguardo, assimilabile al, povero e, correlativamente, al morto.”
Il brano appena riprodotto è stato testualmente estratto da “Il Ponte di San Giacomo – L’ideologia della morte nella società contadina del Sud”, saggio edito nel 1982 per i tipi di Rizzoli e scritto a quattro mani da due accademici calabresi, Luigi Maria Lombardi Satriani (oltre che noto antropologo di suo, pure nipote del grande folklorista Raffaele Lombardi Satriani) e Mariano Meligrana, nel quale gli stessi esplorano concezioni e comportamenti, rispettivamente formate ed indotti da una curiosa miscellanea di dettami religiosi e superstizioni di matrice tradizionale, osservabili , specie nel passato, nei ceti popolari meridionali con riferimento al vitae supremum exitus.
In particolare, nella fenomenologia folklorica della morte il Ponte di San Giacomo è unico, angusto (precisamente, “cordicella sottile come un capello“) passaggio tra questa vita e l’aldità, la cui percorrenza è concessa solo ai defunti, e preclusa ai viventi.
Abbiamo voluto proporre ai frequentatori del blog un passo del volume, esponente l’esito di una delle tante ricerche sul tema condotte dagli autori, sia per il suo interesse prettamente cittadino (giacchè attiene ad una indagine condotta dai ricercatori a Piminoro), sia in quanto porta all’attenzione di noi, meridionali e calabresi del tempo presente, che nella attualità globalizzata abbiamo smarrito le nostre radici culturali, un particolare modus, di cui erano convinti i nostri progenitori, per intrattenere una relazione coi defunti ( e del quale, comunque, è rimasta traccia anche nei comportamenti di diversi contemporanei , spesso solerti nel dichiarare – come sarà capitato di osservare a più d’uno – di operare una donazione, anche modesta, in favore di un estraneo “ ’pe l’animeja di morti ”).
Riteniamo la citazione un piccolo suggerimento per attribuire un significato ulteriore, più genuinamente “calabrese” rispetto a quelli religioso o consumistico, e comunque di portata universale, a questi giorni di commemorazione dei defunti e, chissà, magari anche a trascorrerli meglio nella convinzione che, come insegnavano i padri ed ovviamente a prescindere dall’osservanza di certe passatiste pratiche rituali, il 2 novembre il muro tra la vita e la morte si indebolisce ed il Ponte di San Giacomo, anziché simboleggiare un viaggio di sola andata, può essere davvero trait d’union tra ogni vivente ed i suoi cari…
9 commenti:
Questa tradizione c'era anche a Oppido. Ricordo che i miei nonni per Tutti i Santi facevano una fornata di pane da distribuire tutta ai vicini di casa.
Che tradizioni belle e commoventi.
Grazie per avermele ricordate.
E' un grande segno di civiltà questo recupero della solidarietà e dell'accoglienza attraverso il culto dei morti.
Credo stia scomparendo. E se scompare la nostra civiltà calabrese perderà un altro segmento importantissimo.
E' un segno anche questo, che Natuzza sia stata chiamata da Dio proprio nel giorno di Tutti i santi.
In ogni cosa secondo me c'è un significato e questa donna che ha fatto tanto bene da viva , sicuramente continuerà a farne soprattutto dopo morta.
D'accordo con l'anonimo per Natuzza.
Tutto il thread mi piace perchè tocca un punto della nostra civiltà calabrese molto suggestivo.
Che dicano pure che le tradizioni popolari nella religione sono negative e controproducenti.
Per me non lo sono, anzi sono molto utili alla fede delle persone e al rispetto.
Io ricordo che qualcosa di simile si faceva a Oppido tanti anni fa.
Capitava di fare dei sogni in cui un parente defunto, zio, nonno, fratello..., dimostrasse il desiderio di mangiare qualcosa di particolare. La domenica, oppure in un giorno di festa, si invitava a pranzo una persona tra le più umili del paese offrendo un pranzo quasi luculliano. Questa persona veniva trattata come un ospite di riguardo e tutto quello che si offriva era in devozione del parente defunto. Mi ricordo che una volta mia nonna e mia mamma fecero uno di questi pranzi per uno zio. Un'altra cosa importante: l'ospite doveva essere una persona rispettosa e timorata di Dio. Non so se queste usanze vengono ancora praticate, parlo di una cinquantina di anni fa.
Questo articolo mi commuove. E mi commuove anche il piccolo ricordo di Natuzza alla quale ero molto affezionata.
Grazie.
La tradizione folkloristica o popolare è importante almeno quanto la formazione politica e religiosa.
Chi la rigetta o la nega evidentemente vuole ragliare i ponti con le radici della propria cultura.
Se ci sono altri amici oppidesi residenti a Roma che , come me, visitano spesso questo blog torno a rivolgere l'invito a iscriversi al Cento Culturale Calabro ( le tre C).
E' un centro che tiene viva la tradizione popolare calabrese a Roma e in Italia.
leggere l'intero blog, pretty good
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